La Festa dei Popoli 2026
Una luna piena, un piazzale illuminato, la musica e tante persone strette in un grande girotondo. È questa forse l’immagine più bella della Festa dei popoli, che sabato 26 settembre ha riunito circa mille persone alla sede Caritas di Orvieto, in località Ponte del Sole. Un appuntamento che negli scorsi anni aveva visto due feste distinte tra Todi e Orvieto e che quest’anno, invece, ancor più nel segno della comunità, ha scelto di riunire tutti in un’unica grande occasione di convivialità. E per un pomeriggio e una sera, un luogo conosciuto già per lo spirito di servizio e di accoglienza si è trasformato ancora di più in una grande casa comune, capace di mettere in relazione persone e culture diverse.
Erano presenti rappresentanze di 18 Paesi tra cui, solo a titolo di esempio, Afghanistan, Bangladesh, Eritrea, Moldavia, Ucraina, Nigeria, Perù, Russia e Sri Lanka. La festa nasce con un obiettivo preciso: sicuramente incontrare chi arriva da lontano, ma soprattutto permettere a persone provenienti dalla stessa nazione, che vivono nello stesso territorio, di conoscersi e di ritrovarsi. Un’occasione preziosa per rompere distanze e solitudini e scoprire che l’amicizia comincia spesso da un saluto, da una danza, da una tavola condivisa.
Nel pomeriggio, sul piazzale davanti alla chiesa del Ponte del Sole, ogni popolo ha avuto alcuni minuti per presentarsi agli altri. C’è chi ha scelto un ballo tradizionale, chi un canto, chi una poesia: linguaggi differenti, ma tutti capaci di raccontare qualcosa della propria storia e delle proprie radici. A rendere ancora più viva la festa sono stati i tanti volontari arrivati da tutta la diocesi e tre gruppi scout, che hanno animato il pomeriggio con giochi e attività dedicate ai bambini.
Poi la festa è entrata ancor più nel vivo. I diversi gruppi hanno proposto musiche tradizionali e hanno invitato gli altri a unirsi alle danze. Si sono così formati grandi girotondi: persone provenienti da Paesi lontani si sono prese per mano e hanno ballato insieme. Per qualche minuto le differenze non sono scomparse, ma sono emerse in tutto il loro splendore, componendo un mosaico di un’unica scena, fatta di colori, ritmi e sorrisi. È stato uno dei momenti più emozionanti della serata.
Alla festa non è mancata la presenza del vescovo della diocesi, Gualtiero Sigismondi, che nel suo intervento ha ricordato che «non c’è festa senza accoglienza» e che, anzi, «accogliere è proprio il segno che si fa festa». Il vescovo ha poi richiamato la Pentecoste come prima grande festa dei popoli: persone che parlavano lingue diverse e che, proprio nel dono dello Spirito, riuscivano a comprendersi. Così anche a Ponte del Sole, ha sottolineato, dove l’incontro non è stato soltanto uno scambio di parole e di lingue, ma ogni comunità ha portato con sé colori, sapori e odori, per condividerli con gli altri.
Se c’è una cosa che si può imparare assistendo alla Festa dei popoli, è quella di non chiedere che le differenze scompaiano, ma di trovare piuttosto la volontà per creare uno spazio in cui queste possano incontrarsi. In una sera di settembre, sotto la luna piena, circa mille persone hanno mostrato che una comunità può essere tanto più ricca quanto più sa fare spazio all’altro. E che la festa, come ha ricordato il vescovo Sigismondi, quando è davvero festa, comincia sempre da una porta aperta.
Luca Cavalletti
Articolo uscito sul n. 34 de La Voce del 2 ottobre 2026





